Articoli pedagogia clinica

Emozional-Mente

Tutti sappiamo che abbiamo due menti, una che pensa l’altra che sente.

Queste due modalità della conoscenza, così fondamentalmente diverse, interagiscono per costruire la nostra vita mentale.

Siamo fatti di pensiero e di sentimento, di intelligenza e di affettività.

Dott.ssa Simona Governatori
Pedagogista Clinico - Psicomotricista Funzionale - Terapia Verbale - Fiori di Bach
Tel. 339.29.99.407

La dicotomia emozionale - razionale è simile alla popolare distinzione fra cuore e mente.

Quando sappiamo che qualcosa è giusto con il cuore, la nostra convinzione è di ordine diverso: in qualche modo è una certezza più profonda di quando pensiamo la stessa cosa con la mente razionale.

Il processo educativo deve essere capace di evitare queste due polarità, facendo interagire nel soggetto che educa così come nel soggetto da educare l’interazione tra intelligenza ed emotività.

Se noi consideriamo l’importanza che hanno avuto le emozioni da un punto di vista della storia dell’umanità, ci rendiamo conto che esse hanno assunto un ruolo fondamentale: la nostra specie non sarebbe sopravvissuta se di fronte a situazioni di pericolo si fosse fermata a pensare. Pertanto l’emozione è immediata: basti pensare alla paura.

Per capire come mai il sentimento e la ragione entrino in conflitto tanto facilmente, bisogna pensare al modo in cui si è evoluto il cervello umano. Molto prima che esistesse la mente razionale esisteva quella emozionale.

Il modello scientifico della mente emozionale, emerso in anni recenti, spiega come le nostre azioni siano in gran parte determinate dalle emozioni e in che senso le emozioni hanno la loro logica e le loro ragioni.

Il mondo della scuola è composto da un pubblico eterogeneo rappresentato dagli studenti, dai docenti, dai collaboratori scolastici e dai genitori.

Favorendo il confronto, lo scambio di opinioni e di esperienze, possiamo dare un contributo significativo al processo di insegnamento-apprendimento e alla crescita armonica della personalità dei bambini, nel rispetto delle capacità e potenzialità di ognuno.

Facendo esperienza diretta, attraverso modalità differenti, imparando a riconoscere e a gestire le proprie emozioni, sperimentandone, attraverso il vissuto, i vari gradi e livelli, gli alunni acquisiranno il modo più corretto di rapportarsi a persone e a contesti in modo positivo e funzionale.

Favorire la crescita e la valorizzazione della persona, “nel rispetto dei ritmi dell’età evolutiva, delle differenze e dell’identità di ciascuno” - come si legge nel testo della legge 28 marzo 2003, n.53 della riforma Moratti - e promuovere conoscenze, competenze e capacità, ci rimanda necessariamente alle relazioni, all’empatia e alle emozioni, la cui qualità può determinare il clima di “ ben-essere” necessario sia per l’apprendimento, sia per un sano sviluppo.

Conosciamo le difficoltà che affrontano gli insegnanti quando hanno a che fare con personalità suscettibili, con chi tollera poco le norme o non tollera di essere corretto, con chi è esuberante o, al contrario, è molto timido o con chi vuole rimanere chiuso nel suo guscio. I capricci, nella scuola, ma non solo, le paure, le ansie, le opposizioni e le trasgressioni comunicano dei problemi, dei conflitti e dei bisogni emotivi poiché ogni alunno, bambino, preadolescente o adolescente che sia, è come è, e si comporta e agisce per la storia relazionale che ha vissuto, sperimentato e vive.

Nella scuola, già dall’infanzia, possiamo notare che sono presenti situazioni di disagio, manifestazioni di bullismo, di rabbia, di opposizione, di forte diniego o al contrario possiamo notare mancanza di impegno, di iniziativa, di entusiasmo o di motivazione che indicano le varie intensità di un “mal-essere” in relazione.

Come entrare in contatto con quello specifico alunno e creare le condizioni per un’interazione che vuole essere anche didattica?
Il transfert e l’empatia sono fenomeni universali e imprescindibili nei rapporti umani di qualsiasi genere e la relazione didattica non ne è esclusa.
Ogni alunno si sente messo in gioco durante il periodo di apprendimento e di crescita, spesso di fronte al senso di inadeguatezza e alle incertezze, che minano la sua autostima, attiva modalità di comportamento e di intervento a cui è abituato da sempre, in risposta alle emozioni che vive nelle dinamiche in atto tra i pari e gli adulti di riferimento.

Di fronte a un atteggiamento ostinato, rigido, o quando si mostra indifeso, offeso o permaloso, come interagire?
Come individuare i bisogni educativi specifici degli allievi e come corrisponderli?

E’ necessario evitare il rispecchiamento con gli alunni, evitare di proporre il proprio modo di sentire, pensare ed agire come il modello da raggiungere, mantenere la chiarezza dei ruoli, al di fuori di schemi rigidi, tenendo sempre presente la valenza bidirezionale del rapporto, promuovere la costruzione di norme con processualità.

Nel saper promuovere e contenere, con atteggiamento paziente, lo sviluppo del bambino o del giovane, siamo noi adulti che dobbiamo sviluppare la capacità di porci nella situazione della persona e comprenderne lo stato d’animo, sia che si tratti di gioia che di dolore e di capirne i processi psichici che ne derivano. È questa empatia a permettere di raggiungere la collaborazione nella relazione, che è anche relazione didattica.

E’ importante che gli alunni sentano di potersi affidare ad un adulto, altro rispetto ai propri genitori, a cui è riconosciuto per ruolo il compito di guida nel percorso scolastico in cui essi svilupperanno le loro capacità di costruire legami, ad incominciare dai compagni e dai docenti.

Solo nella fatica quotidiana del lavoro con gli alunni si potrà imparare a costruire e cercare di mantenere un rapporto equilibrato nei confronti degli specifici allievi e del gruppo classe. In quest’ottica il sapere osservare, il considerare anche come gli alunni presentano le loro richieste, la lettura del comportamento e dei silenzi di incertezza, di paura e di ansia, di sfida o di risentimento diventano momento portante della metodologia e sono premessa per trovare la modalità relazionale più adatta.

Nella realtà attuale all’interno delle agenzie educative, sia del pubblico che del privato, la dimensione cognitiva ed emotiva dell’adulto e del soggetto in età evolutiva tendono ad essere messe in contrapposizione fra loro, e non vengono fatte dialogare.  I sentimenti dell’educatore e dei ragazzi continuano ad essere considerati elementi poco importanti, non inerenti al processo educativo.

Spesso i dati emotivi vengono addirittura non riconosciuti e rimossi.

Occorre invece impegnarsi a tutti i livelli nel favorire lo sviluppo dell’intelligenza emotiva sia degli adulti che dei soggetti in età evolutiva.
Per intelligenza emotiva, intendiamo la capacità di armonizzare il pensiero e i sentimenti, la parola con i vissuti emotivi, la dimensione mentale con la dimensione affettiva.

La confidenza e la conoscenza da parte dei soggetti in età evolutiva con la propria vita emotiva, favorisce la possibilità di raggiungere gli obiettivi nell’intervento didattico e socio-educativo, di elaborare i conflitti all’interno del gruppo dei pari e di sviluppare la comprensione reciproca.

La qualità del contesto relazionale che si riuscirà a creare e a mantenere nella classe, definisce non solo quanto quegli alunni potranno imparare, ma la possibilità concreta di una loro crescita armonica.
Il possesso di competenze cognitive da un lato e di competenze emotive e relazionali dall’altro dovrebbe caratterizzare ogni attività professionale che implica un rapporto con le persone e con i bambini.
Le competenze culturali riguardano la chiarezza degli obiettivi educativi, la conoscenza dei metodi, la comprensione di ciò che è pedagogicamente efficace e deontologicamente corretto, la coerenza dei valori e dei progetti, il padroneggiamento cognitivo delle tecniche e delle risorse che si possono utilizzare.

Le competenze emotive e relazionali riguardano la capacità di identificazione con il disagio degli utenti, la comprensione delle risorse e delle potenzialità di questi ultimi, la capacità di ascolto e di sostegno, la disponibilità e la vicinanza emotiva nei confronti dei problemi e delle difficoltà concrete e quotidiane dei bambini, dei ragazzi e delle loro famiglie, la capacità di pensare in positivo e di sollecitare la creatività degli interlocutori.

Questo tema ci rimanda alla teoria dell’intelligenza emotiva di Daniel Goleman, il quale afferma che lo sviluppo della capacità di riconoscere e di gestire i sentimenti propri e altrui può migliorare il benessere degli individui e la loro possibilità di motivarsi e di realizzarsi, di comunicare e di interagire tra loro.

L’intelligenza emotiva può inoltre ottimizzare nelle organizzazioni i processi di apprendimento, di acquisizione e di scambio delle informazioni, di elaborazione delle decisioni.

È il 1990   quando Salovey e Mayer scrivono un famoso articolo in cui espongono la prima definizione ufficiale di intelligenza emotiva, descrivendola come “l’abilità di controllare i sentimenti e le emozioni proprie e degli altri”.

Nel 1996 Goleman adatta il loro modello definendo l’intelligenza emotiva come “la capacità di motivare se stessi, di persistere nel perseguire un obiettivo nonostante le frustrazioni, di controllare gli impulsi e di rimandare la gratificazione, di modulare i propri stati d’animo evitando che la sofferenza ci impedisca di pensare, di essere empatici e di sperare”.

Goleman nella sua opera evidenzia come il QI, riferito alle tradizionali capacità logico-matematiche, verbali e spaziali, mostra i suoi limiti quando viene utilizzato come indice per prevedere il successo di un individuo.

Spiega quindi la nozione di intelligenza emotiva, già descritta da Gardner nelle due forme intrapersonale e interpersonale, distinguendo tra le competenze personali e le competenze sociali.

Afferma inoltre, che ogni bambino per poter apprendere in modo efficace deve aver sviluppato sette “ingredienti” fondamentali tutti collegati all’intelligenza emotiva, quali:

1. Fiducia
Un senso di controllo e padronanza sul proprio corpo, sul proprio comportamento e sul proprio mondo; la sensazione, da parte del bambino, di avere maggiori probabilità di riuscire in ciò che intraprende di quante non ne abbia invece di fallire, e che comunque gli adulti lo aiuteranno.

2. Curiosità
La sensazione che la scoperta sia un’attività positiva e fonte di piacere.

3. Intenzionalità
Il desiderio e la capacità di essere influenti e perseveranti. Questa capacità è collegata al senso di competenza, alla sensazione di essere efficaci.

4. Autocontrollo
La capacità di modulare e controllare le proprie azioni in modo appropriato all’età; un senso di controllo interiore.

5. Connessione
La capacità di impegnarsi con gli altri, basata sulla sensazione di essere compresi e di comprendere gli altri.

6. Capacità di comunicare
Il desiderio e la capacità di scambiare verbalmente idee, sentimenti e concetti con gli altri. Questa abilità è legata a una sensazione di fiducia negli altri e di piacere nell’impegnarsi con loro, adulti compresi.

7. Capacità di cooperare
L’abilità di equilibrare le proprie esigenze con quelle degli altri in un’attività di gruppo.

Essere “ intelligenti emotivamente” vuol dire saper conoscere e gestire le nostre risorse interiori e allo stesso tempo intuire, comprendere, rispondere correttamente alle emozioni degli altri, riconoscersi nella proprie qualità ed accettarsi nei propri limiti, ottimizzare le proprie risorse per giungere a un risultato atteso.

E’ facile intuire come questo genere di competenze possa risultare fondamentale nel favorire il raggiungimento degli obiettivi e la realizzazione di sé, nel comunicare efficacemente con gli altri e gestire meglio i conflitti, nel reagire alle situazioni problematiche o ai fallimenti, nel rivestire ruoli di leadership o di coordinamento ma anche il lavoro di gruppo.

L’intelligenza emotiva, al pari degli altri tipi di intelligenza comunemente intesi, è presente in ognuno di noi e ha un suo potenziale intrinseco che dev’essere sviluppato.
Si impara fin da piccoli a fare i conti con le proprie emozioni ed è molto importante che i genitori e gli educatori guidino i bambini nel percorso di “alfabetizzazione emozionale“, cioè nell’imparare a riconoscere, esprimere e gestire le loro emozioni.

Educare alle emozioni significa educare alla vita…

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